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INCONTRO LAICI VERNIANI
Copreno, 28 novembre 2004 Nell’introduzione dell’Enciclica “Ecclesia de eucaristia” si legge: “nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa”. Questa affermazione è una sottolineatura di ciò che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Senza di me non potete far nulla.” Il Papa ci tiene a ribadire che l’Eucaristia è l’anima di tutto quel corpo col quale noi facciamo le cose buone. Se sfugge la consapevolezza di essere un capolavoro fuoriuscito dalle mani creatrici di Dio, il cristiano diventa una buona macchina ecclesiale. Ma noi non siamo chiamati ad essere macchine! Siamo chiamati ad essere discepoli. “Gesù chiamò quelli che aveva nel cuore, perché stessero con lui e andassero…” Innanzitutto Gesù chiama a stare con Lui, poi invita a partire e ad andare ad evangelizzare. Lo stare con Lui, anima e corpo avviene nella celebrazione della messa e poi durante l’adorazione eucaristica. Il Papa ha istituito l’anno dell’eucaristia, perché il cristiano prenda coscienza, con stupore, del valore e della grandezza del dono dell’eucaristia per vivere nella sua vita la carica misteriosa che essa racchiude. Nell’eucaristia c’è tutto quello che Gesù è: la sua generazione eterna nel seno del Padre. Noi umanamente pensiamo a Gesù come a colui che è venuto, che viene e che verrà, ma il mistero eucaristico è più grande della capacità del pensiero umano, in quanto Dio eterno è solo presente e sorgente dell’amore vero. In Dio sono contenuti ciò che noi definiamo passato, presente e futuro distinti e coevi, chiari e indecifrabili, comunque certi nel progetto creatore di Colui che ci è Padre.
Per vivere meglio “lo stare con Lui”, in quest’anno eucaristico siamo sollecitati a rinnovare il nostro stupore di fronte al sacrificio che si celebra nella messa, ripercorrendo e contemplando ogni suo momento. - La messa inizia con il segno della croce, che se fatto bene e coscientemente, dice che si è in chiesa a partecipare alla celebrazione, perché essendo stati innestati nella Trinità divina mediante il battesimo, si è partecipi della stessa vita divina del Figlio, in quanto diventati figli di Dio. - Subito dopo si è di fronte alla presa di coscienza della propria in corrispondenza al Dono ricevuto da Dio. C’è un’unica dignità per il cristiano: riconoscere che tutto è dono di Dio. Insieme si riconoscono le colpe, ma ciascuno dice e riconosce il suo peccato, battendosi il petto e esprimendosi in prima persona. Kirje eleison è impropriamente tradotto dall’ebraico in greco e quindi in italiano con l’espressione “Signore pietà”, in realtà l’espressione è più densa di significato, perché chiede al Signore di far battere il suo cuore di amore per l’uomo. - Gloria. E’ la parola che intona il canto degli angeli nel natale di Cristo. E’ un canto che contiene la lode, la benedizione, il ringraziamento per Dio che è venuto incontro all’uomo con Gesù Cristo. - Preghiamo. E’ la voce del popolo (il verbo è al plurale). L’orazione è detta dal sacerdote che raccoglie la comunità in un’unica voce. La comunità, fatta da diverse persone è costituita in unità nella comunità ecclesiale. Dio convoca la Chiesa, comunità dei cristiani, all’uomo non è dato di disfarla. - Parola di Dio. Quando al termine delle letture, in particolare del Vangelo si dice “Lode a te o Cristo”, si esprime con un atto di fede la certezza che Gesù è lì presente e ha parlato e il riconoscimento di questa verità lo si esplicita usando il “tu”. La predica diventa l’annuncio ad andare ad evangelizzare. - Professione di fede: arriva dopo la proclamazione della Parola di Dio per affermare di accettatre ciò che Gesù ha detto. - Preghiera dei fedeli: è il segno dell’universalità della Chiesa. Infatti le preghiere non devono essere limitate alla realtà contingente della comunità, ma estese alla celebrazione della Chiesa del mistero della redenzione. - Offertorio. Se si considera con attenzione la preghiera, si individua in essa un paradosso. Infatti si dice “dalla tua bontà abbiamo ricevuto il frutto del nostro lavoro”. Ciò è vero seconda un’ottica umana; infatti se il lavoro è dell’uomo, non può essere stato ricevuto da Dio. Tuttavia nella logica della fede questa contraddizione viene a cadere in quanto si riconosce che tutto è grazia: ciò che l’uomo fa, produce, studia, ama, soffre gioisce, non è frutto suo, ma dono ricevuto. - La preghiera eucaristica è introdotta dal prefazio, che a sua volta è introdotto da tre espressioni: § Dominus vobiscum, il Signore sia con voi. Non è un augurio, ma un’affermazione. § Sursum corda, in alto i cuori. E’ un’esortazione, perché sta capitando l’incredibile. La risposta “sono rivolti al Signore” è molto impegnativa. Si è sempre coscienti di ciò ed è sempre vero? § Rendiamo grazie a Dio. E’ cosa buona e giusta, ma il il ringraziamento e la riconoscenza non possono esaurirsi in poche parole, devono essere uno stile di vita. La preghiera eucaristica inizia sempre con l’espressione “Padre santo” e ha tre momenti: § L’epiclesi. Il sacerdote stende le mani e lo Spirito santo prende possesso del pane e del vino. § La consacrazione. Qui si rinnova il miracolo dell’ultima cena. § L’offertorio di Cristo al Padre: questa preghiera che segue la consacrazione offre a Dio ciò che Dio stesso ci ha dato. - Padre nostro: è il modello di preghiera, che Gesù ci ha dato. - Comunione: è il momento personale in cui ciascuno, cibandosi del corpo di Cristo, diventa Cristo. - Congedo finale: è la missione. Il cristiano viene dimesso dal luogo della celebrazione per andare nella quotidianità, vivendo la propria realtà con la coscienza di avere dentro di sé Gesù Cristo. La gente guardando il cristiano che esce da messa e che vive la settimana possa veramente dire quello che dite e vivete è vero, perché la gioia trapela dalla tua vita!
Nell’omelia padre Edoardo fa una breve riflessione sull’Avvento. Esso è un tempo breve, come dice san Paolo: ” E’ ora di svegliarci dal sonno, la salvezza è vicina.” Questo tempo breve deve farci andare incontro al Signore con gioia, ma come è possibile andare incontro se il Signore è già presente? Questo è il mistero della fede. Gesù già c’è, eppure lo stiamo aspettando nella sua pienezza definitiva. La sua presenza è in se stessa già totale, ma per noi, che non lo vediamo ancora così come Egli è, è da attendere. Gesù è “già e non ancora”: questo è l’avvento per il cristiano. San Paolo ai Galati dice: “mi protendo nella corsa per afferrarlo, io che sono già stato afferrato da Cristo”. La vita dell’uomo sulla terra è una vita vissuta nell’alba, dove già c’è la luce, ma non la pienezza del nuovo giorno. Come per l’alba c’è la certezza, che non è illusione ottica, del giorno che sta per venire, così guardando il tabernacolo si ha la certezza che lì c’è Cristo, pane, ma non lo vediamo ancora come persona. Si svelerà a ciascuno al termine dell’avvento terreno, quando l’alba del nostro nuovo giorno sfocerà nella luce piena del creatore. Il vangelo richiama, se ce fosse ancora bisogno, l’urgenza di vivere con coscienza l’attesa. “Come al tempo di Noè mangiavano, beverono, prendevano moglie o marito e non si accorgevano di nulla….” Il problema da risolvere è questo: c’è il rischio di vivere la propria vita senza accorgersi che essa è l’alba del nuovo giorno, che è già spuntato dentro la nostra storia.
Nel pomeriggio, a Milano, i laici verniani incontrano la Madre Generale, suor Grazia Rossi. Il saluto della Madre si richiama al periodo liturgico: il tempo di avvento. L’avvento senza accoglienza non esiste, perché l’avvento è accoglienza. Maria si fa accoglienza. Dopo il “fiat”, lascia la casa di Nazareth per andare da Elisabetta; Maria lascia la sua casa per andare sul Golgota e sotto la croce accogliere da suo Figlio la maternità universale; Maria nel cenacolo alla Pentecoste lascia gli apostoli andare “fino agli estremi confini della terra” per annunciare il vangelo. L’offerta non è fatta una volta per sempre, ma si rinnova; non è fatta da uno per tutti nella comunità, ma è personale nella condivisione. Il momento mariano dell’Immacolata, che quest’anno celebra i 150 anni del dogma, è stato anticipato con spirito profetico da Madre Antonia Maria. La data ricorda che da 100 anni il carisma delle suore dà senso alla vita. Oggi suore, missionarie di carità e laici verniani sono chiamati ad essere testimoni di questo senso. Occorre essere segno della carità di Cristo, ciascuno secondo la vocazione che ha avuto, ma in un unico progetto di Dio. “Siate fedeli alla vostra vocazione”: Ø religiose facendo memoria delle cose celesti, facendo cioè intravedere il giorno che verrà; Ø laici vivendo l’alba del giorno che verrà secondo lo spirito dell’avvento. Se il carisma è mistero, allora esso chiede silenzio, preghiera, rispetto e nello stesso tempo e testimonianza. Nella passione di Madre Antonia possiamo vedere la ricerca umile di uscire da sé per realizzare il progetto di Dio attraverso la sua rivelazione in lei. Uscire da sé oggi, come allora, non è di moda. Lo stile semplice e umile ci permette di essere nella Chiesa quella piccola parte che ha delle cose da dire. In Madre Antonia e nella sua prima comunità, accanto allo stile semplice e umile c’era l’essere caritatevole fondato sull’esperienza forte di Cristo: crocifisso ed eucaristia.
Paola Mussio
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