ASSOCIAZIONE   LAICI   VERNIANI

LAICI CHE VIVONO IL CARISMA  DI MADRE ANTONIA MARIA VERNA, FONDATRICE DELL'ISTITUTO

DELLE SUORE DI CARITA' DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE DI IVREA

 

INCONTRO LAICI VERNIANI

Copreno, 13 marzo 2005

 

Suor Maria Giuseppina introduce l’incontro e rassicura i presenti circa l’assenza di Mario, il nostro caro e stimato presidente. Egli è a Roma per un incontro con le superiore.

Si inizia la giornata con il segno di croce e con questo gesto viene accolto padre Edoardo Cerrato che, prima di continuare la riflessione sull’eucaristia, si sofferma a meditare il segno della croce.

Dice che esso è la sintesi non solo di ciò in cui crediamo, ma della Trinità. Da esso deriva la Chiesa e tutta la vita cristiana. Il Dio in cui crediamo, Padre, Figlio e Spirito Santo, è comunità d’amore. Il segno con la sua gestualità afferma che la relazione con Dio riguarda ciascuno: Dio, Trinità, entra nella vita.

Ci si tocca la fronte, perché Dio entra nella vita, nei nostri pensieri, ci si tocca il petto, perché dio entra nel cuore, nei propri sentimenti, ci si tocca le spalle, perché Dio entra nell’operatività della propria vita.

La prima cosa che Maria ha insegnato a Bernadette è stato il segno della croce. Fu un insegnamento così grande e importante che da allora Bernadette si segnava in modo da stupire. La sua consapevolezza in ciò che faceva: la figliolanza nella persona del Padre, la fratellanza al Figlio, la grandezza della vita eterna nella persona dello Spirito santo, la rendeva intrisa della sostanza di Dio. Quello che traspariva da Bernadette era la percezione di tutto questo e con quel gesto testimoniava la sua introduzione al mistero di Dio. “Vi ho chiamato amici”, nel linguaggio ebraico significa “voi siete miei amici”. L’amicizia con Dio cambia la vita della persona, non nella sua realtà terrena, ma nella sua sostanza. Il rapporto con Dio cambia il modo di affrontare la realtà quotidiana.

Dio dice a ciascuno “tu sei mio amico”. Questa promessa, se percepita, trasforma la croce, qualunque croce, piccola o grande, pesante, perché grande, pesante perché sono tante, seppure piccole, in una positività.

Interessante e geniale questo sguardo sulla croce: essa può essere vista come un segno matematico, un “più”, quindi come qualcosa che aggiunge valore alla vita. Se non ci fosse stata questa promessa da parte di Gesù di un’amicizia profonda e fedele, la fatica e le difficoltà sarebbero solo delle negatività.

La soddisfazione, la gioia, l’allegria Dio la vive in ciascuno. Allora la vita di ciascuno è già “nella dimora celeste”, cioè è già salvata, collocata nei granai del cielo.

Se da parte nostra c’è la precarietà del rapporto, da parte di Dio c’è la continuità fedele. A Dio non importa la nostra infedeltà, perché  il  Padre, nella parabola del figliol  prodigo, è lì, attende di riprendere il rapporto, perché lui non ha mai interrotto il rapporto con noi.

Ciò che rende grande il segno della croce di Bernadette è lo stupore, lo stesso stupore deve essere nostro di fronte all’eucaristia, perché in quel pezzo di pane è contenuto il tesoro della Chiesa: Gesù Cristo. Nell’eucaristia c’è il cuore del mondo, il cuore di ogni essere umano, il suo bisogno di Dio, il bisogno di felicità, di pienezza.

Nell’eucaristia c’è la certezza del fine dell’uomo, avere questa consapevolezza significa vivere con stupore il sacrificio salvifico. Basta poco tempo, un sospiro: “Signore, Padre, a te mi affido!” Un breve stupore riscatta ogni distrazione e distacco umano.

Nei vangeli della quaresima sono presentati cinque grandi quadri che indicano il cammino dell’uomo, vissuto in prima persona da Cristo per la redenzione della creazione.

  1. Il deserto. Nel deserto si è tentati, perché toccati dal peccato originale, ma nel deserto si è chiamati a partecipare alla natura divina come figli di Dio.

  2. La trasfigurazione. Con essa la salvezza entra nella carne, si diventa più consapevoli della propria figliolanza al Padre.

  3. La samaritana. La salvezza arriva attraverso l’acqua viva. La sete viene colmata dalla fonte che zampilla per la vita eterna. Solo Dio appaga completamente le seti che prendono la vita: sete di successo, sete di felicità, sete di amore.

  4. Il cieco nato. Noi non vediamo bene la realtà, non solo materialmente, ma anche sostanzialmente. Fatichiamo a conoscere noi stessi, figuriamoci come si può conoscere l’altro! Abbiamo bisogno di luce, di verità. E’ Lui la luce del mondo, che fa penetrare dentro a poco a poco pensieri, che ci permettono di valutare le cose.

  5. La risurrezione di Lazzaro. La vita che viene restituita a Lazzaro è la vita biologica. Questo miracolo indica che il desiderio di vita che abbiamo è continuo, ma con questo miracolo Gesù insegna che si deve passare attraverso la morte, perché la morte fa parte della vita. La morte è un passo doloroso della vita, ma non ne è il termine, perché la sofferenza viene restituita all’eternità, nella continuità della vita che già possediamo.  Quando si muore non si entra in un’altra vita, ma si vive la stessa vita in un altro modo.

Aver chiamato fuori dalla morte fisica Lazzaro è il segno che ognuno di noi non è lasciato dentro alla morte, ma  è richiamato alla vita. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue non rimane nella morte”, così ha detto Gesù.

 

Nell’omelia padre Edoardo prosegue a commentare il vangelo della resurrezione di Lazzaro. La resurrezione che Gesù opera è un modo che Dio usa per dire all’uomo il suo dono, cioè di essere creatura e figlio, che può mangiare il corpo del Signore e avere perdonato i propri peccati.

Il miracolo è l’incedere di Dio dentro la nostra vita ed è di fronte a questo miracolo che si è chiamati a stupirci.

I tre interlocutori di Gesù nel vangelo di questa domenica sono : Maria, Marta, Lazzaro.

Maria era quella che non aveva esitato a versare sui piedi di Gesù il profumo di nardo prezioso, che valeva 300 denari, l’equivalente di 300 giornate di lavoro. Gesù allora aveva detto a Giuda “lasciala fare”, Maria con quel gesto manifesta lo smisurato amore che ha per Gesù.

Marta è più pratica, si preoccupa per una molteplicità di cose e Gesù l’ammonisce e la invita a preoccuparsi della cosa essenziale, che è contenuta nella molteplicità delle cose. Marta non perde l’essenziale,perché quando Gesù le chiede se crede, risponde: “sì, credo”.

Di Lazzaro si sa poco, nulla, se non che era malato. Quando le sorelle mandano a chiamare Gesù parlano del suo “amico”. Lazzaro era amico di Gesù come le sue sorelle. C’era un rapporto tra Gesù e i tre fratelli, c’era un’amicizia nella concretezza della realtà dimostrata dallo scoppiare in pianto di Gesù. Cristo quando scoppia in pianto già sa che sta per resuscitare Lazzaro, ma la sua umanità è inscindibile dalla sua divinità. La commozione profonda ci dice fino a dove arriva la partecipazione della vita di Cristo alla nostra vita.

Il realismo di Marta emerge quando subito dopo la professione di fede sembra opporre ancora ostacoli al miracolo, proclamando in modo spassionato la realtà per quello che è: Lazzaro puzza.

Ma è proprio dentro questa realtà di fetido marciume che Gesù vuole entrare e compiere il miracolo.

E’ in questa certezza del miracolo di Dio, sempre presente nella vita di ognuno, che padre Edoardo augura a tutti i partecipanti al sacrificio eucaristico una buona Pasqua.

 

Nel pomeriggio dopo la recita del Rosario i laici, guidati da suor Maria Giuseppina commentano con interventi spontanei gli scritti di Madre Antonia Maria Verna e salutano con entusiasmo le due telefonate in diretta del Presidente e di suor Liviana.

 

Dopo il vespero ci si lascia con l’impegno di ritrovarsi nuovamente insieme domenica 29 maggio.

 

                                                                                                      Paola Mussio